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Questo articolo non dovrebbe esserci. Nel senso che il blog è in pausa, e non avevo pianificato di pubblicare nulla fino a settembre. Lo avevo anche scritto, in verità.
Poi è arrivata Monia Papa, con la sua folle ciurma di #Scrittura28, a sollecitare via newsletter - cito testualmente - di

spiattellare 5 tue cattive abitudini nella scrittura usando il piatto che ti è più consono (un post sul tuo blog, o su un tuo profilo social, qualche tweet piazzato ad arte, un'email lunga lunghissima da servire agli altri della ciurma dopo, a tempo, a modo).
Ma, attenzione, in questo caso #Scrittura28 sarà come una nave fantasma in cui non esiste redenzione. Le tue 5 cattive abitudini, infatti, non dovrai promettere di cambiarle. Anzi. Dovrai spiegare perché vuoi conservarle.

E va bene: oggi è un giorno folle d'agosto, e quindi giochiamo alle cattive abitudini della scrittura. A che altro servirebbe, se no, avere un blog?

1. Mi dilungo in introduzioni

Ebbene sì: non mi importa se tutti i guru del blogging predicano (bene) e razzolano (spesso altrettanto bene) di entrare subito in medias res. Io scrivo all'antica, cercando di portare pian piano i miei lettori al centro del tema che voglio sviluppare. Il mio blogging è un controsenso: non è fatto per la lettura veloce. E pazienza se questo mi porta forse ad avere meno lettori di quelli che avrei tagliando 300 parole all'inizio dei miei articoli: scrivo così, e non vi rinuncio.

2. Uso i congiuntivi

Chi non direbbe che questa è una cattiva abitudine? Siamo nel mondo della scrittura indicativa, in cui tutti affermano e asseriscono anche quando ci sarebbe poco da asserire e molto da mettere in dubbio. A me invece il congiuntivo piace, e lo difendo.

3. Uso troppi anglicismi

Difettone! Però almeno cerco di non usarli a sproposito. Il motivo è semplice: scrivo di marketing, e parlo di una disciplina che si è sviluppata quasi integralmente in territorio anglofono. Di conseguenza, spesso tradurre vorrebbe dire tradire la specificità dei campi semantici tracciati da un lessico che è fin troppo specialistico, e con il quale non voglio scendere a patti. Di qui la scelta - spesso penalizzante - di tradurre solo quando si può davvero, senza stravolgere.

4. Uso i punti interrogativi

Lo so: tutte le statistiche dicono che nei testi e nei titoli bisogna affermare, non chiedere - a meno che non si tratti di una Call to Action. A me piace, però, ogni tanto spiegare un contenuto a partire da una domanda. Sarà meno... trendy, ma a mio parere è più efficace. Non lo credi anche tu?

5. Non amo il discorso diretto

Questo è un difetto che viene direttamente dalla mia abitudine alla scrittura saggistica. Se scrivo un articolo per una rivista scientifica, non mi rivolgo al lettore, e sicuramente non lo faccio dandogli del tu. Nel blogging si usa - paese che vai, usanza che trovi - e ne capisco perfettamente i motivi (non sarei un uomo di marketing, altrimenti). Posso dirti però che ne farei a meno?

Ecco: compitino fatto, e pubblicato. Adesso, amico lettore, dimmi: quali sono i tuoi?

CIAO! Grazie per essere arrivato a leggere fino a qui.

Porto avanti questo blog solo per passione, senza voler fare altro se non avviare un confronto con chi condivide con me l'interesse per tutto ciò che è marketing. Se ti è piaciuto questo post, la soddisfazione più grande che potrai darmi sarà quella di condividerlo sui social media e di lasciare un tuo commento.

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2 COMMENTS

  1. Ma…Ma… Che gioia leggere questo post, Fabio! Queste 5 cattive abitudini sembrano così invitanti che non posso fare a meno di gu(a)starle tutte…

    1) Io credo molto poco nelle ricette preconfezionate. Come non credo molto ai blog “istantanei”. Quelli che apri e gusti in un batter d’occhi (sul monitor) come una busta di surgelati. Mi piace scoprire la ricetta che ogni autore fa propria. E se tu prima di mettere sul piatto il post coccoli il lettore con introduzioni d’antipasto… Perché non dovrebbe andar bene?

    2) Il congiuntivo non fa male agli occhi quindi smettiamola di trattare chi lo usa come fosse un untore! Non arrenderti!

    3) Non vado matta per gli anglicismi… A sproposito. In generale secondo me vale la stessa regola per anglicismi e termini molto tecnici: usarli quando serve è una scelta di gran lunga migliore non solo rispetto all’abusarne ma anche rispetto all’evitarli a tutti i costi (a costo di ricorrere a artificiose perifrasi). Combattere a priori gli anglicismi è come voler essere anticonformista fino a diventare conformisti più di altri.

    4) Da fan delle domande ti dico sì, lo credo anche io. Eccome.

    5) Su questo punto abbiamo gusti diversi, sai? Il discorso diretto, nei modi e soprattutto nei luoghi più consoni, a me piace parecchio.

    • Non avevo dubbi che fossimo in perfetta sintonia, Monia. Ti ringrazio per il commento. Aggiungo che a me il discorso diretto piace… se diretto a delle persone. In quel caso, non vedo l’ora di dialogare. 🙂

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