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impiegato e social media

Parlavo qualche giorno fa con un paio di amici che lavorano a vario titolo (non nel settore marketing, comunque) in due grandi imprese nazionali qui a Roma. Non so perché, il discorso a un certo punto è finito sui Social Media, e loro mi raccontavano che nelle loro aziende è vietato qualsiasi accesso ai vari SM dai computer aziendali. In una delle due aziende (un'impresa italiana con migliaia di dipendenti e sedi in tutto il mondo) è addirittura impedito tramite firewall l'accesso ai blog di qualsiasi natura.

Quando si dice un'azienda aperta al mondo.
Tanto aperta al mondo, che dispone di un profilo Facebook con qualche migliaio di followers, un ultimo aggiornamento che risale a almeno tre anni fa e recentissimi post di clienti imbestialiti che scrivono di disservizi vari senza ottenere risposte.

Mi chiedo se sia questa la via italiana al Social Media.

Da un lato, un uso spropositato di Facebook per raccontare i più piccoli particolari delle nostre giornate (e per sparare Like a destra e a manca). Dall'altro, una totale incomprensione del ruolo che possono giocare le piattaforme social in azienda.
No, adesso non sto più parlando solo di marketing, se no finirei per dire cose ovvie, che non solo io, ma altri più importanti e social marketing savvy di me stanno dicendo da anni.
Sto parlando del fatto che oggi l'utilizzo dei social media in azienda (non solo in Italia: a quanto ne so, a livelli più o meno paranoici, sono moltissime in tutto il mondo le aziende che adottano questa politica di chiusura totale) dovrebbe significare  comunicazione corporate a tutti i livelli, dal marketing al customer care, dalle risorse umane ai settori dedicati alla R&D, alla logistica e alla movimentazione interna. Il blog, la pagina Facebook, i forum dovrebbero essere visti insomma da una lato come una fonte di arricchimento professionale, di crescita della struttura, di comprensione dei fenomeni sociali e delle problematiche legate al proprio lavoro; dall'altro, banalmente, fonte di contatto e condivisione del proprio brand con il cliente, personalizzazione della risposta, fondazione della brand awareness, creazione di engagement.

Aziende a due velocità?

Insomma, come al solito abbiamo un mondo, quello delle aziende, che va a due velocità. Abbiamo aziende in cui si dimostra una altissima maturità nella comprensione del tema social media for business, in cui si elaborano strategie, in cui i social network permeano l'intera struttura e l'intera catena della comunicazione intra- e extra-aziendale.
Abbiamo invece aziende in cui la chiusura è talmente totale che si cerca di tenere il futuro fuori dalla porta, come se davvero fosse possibile farlo. Come se il futuro non entrasse lo stesso, dalla finestra degli smartphone dei dipendenti che - naturalmente - fanno a quel punto un uso non controllato e non dedicato dei social media, e dal portone di una reputazione social aziendale non più sotto controllo, ma libera di manifestarsi ogni giorno nel peggior modo possibile attraverso i mille rivoli del web senza che ci sia, da parte dell'azienda sulla graticola, nessuna capacità di controllo o reazione.

Il top management e il social business

Concludo con una notazione. Un recente report pubblicato da Altimeter dimostra come anche negli USA siano solo il 17% le imprese che sono realmente classificabili come Social Business - che rispondono, in sostanza, a quel livello di integrazione totale tra corporate e social che descrivevo poc'anzi. Qualcuna in più - il 22% per l'esattezza - sono le aziende che, all'estremo opposto, non hanno un social media team interno, o comunque personale preposto a questo scopo.
Nel mezzo, vediamo la maggior parte delle aziende concentrarsi sul marketing e le PR, ma vediamo soprattutto, leggendo il report, una grande spinta all'adeguamento, che si manifesta nell'individuazione di priorità e obiettivi quali la connessione degli impiegati tra loro attraverso una rete social, la pianificazione di una strategia, lo sviluppo di soluzioni di ascolto e monitoraggio dei media, la determinazione, infine, di un modello di governance strutturato secondo le logiche delle reti sociali. Non so se in Europa, per non parlar sempre dell'Italia, siamo a questo livello di consapevolezza e di maturità. Credo (temo) di no, e non solo per una questione di dimensione media delle imprese, di crisi imperante che blocca gli investimenti, di età media dei top manager. Anche, forse. Ma credo sia più un problema culturale - quello, e torniamo al punto di partenza, che fa sì che l'amministratore delegato di una grande azienda veda nei social network, nella migliore delle ipotesi una deriva "perditempo" dei suoi impiegati, nella peggiore addirittura una minaccia alla sua infallibilità e all'autorevolezza del suo top management, minate evidentemente entrambe dalla prospettiva che un giorno qualcuno possa dire loro: "Si può fare meglio in un altro modo. L'ho letto su un blog".

CIAO! Grazie per essere arrivato a leggere fino a qui.

Porto avanti questo blog solo per passione, senza voler fare altro se non avviare un confronto con chi condivide con me l'interesse per tutto ciò che è marketing. Se ti è piaciuto questo post, la soddisfazione più grande che potrai darmi sarà quella di condividerlo sui social media e di lasciare un tuo commento.

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