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Tempo fa mi fu raccontata una storiella edificante.

Diceva che la polizia di non so quale città statunitense, stanca di sprecare risorse per ricercare inutilmente i mille latitanti che erano ancora a piede libero, decise di mandare agli ultimi indirizzi conosciuti di costoro un direct mailing in cui si ventilava la possibilità di vincere immediatamente un grosso premio per chi si presentasse entro un tale giorno presso la sede di una società erogatrice (ovviamente fittizia).

Secondo l'amico che mi raccontò questa storia, la redemption dell'operazione fu altissima, e altissima quindi la quantità di criminali che, presentatisi per riscuotere il premio, trovarono al suo posto un paio di solide manette. Potenza del Direct Marketing (e degli incentivi associati a una promozione).
Perché ho voluto raccontare questa storia? Perché ritengo che questo sia forse l'unico caso al mondo in cui una comunicazione fittizia, ingannevole o comunque con qualche punto oscuro sia da considerarsi non solo lecita, ma anche condivisibile nelle finalità. L'unico caso possibile.

Ora, veniamo al perché del titolo.

Il phishing, come sappiamo, è un reato assai grave (mai abbastanza secondo me). Qui non parleremo di questo. Ci sono, infatti, forme molto più sottili di inganno, borderline dal punto di vista della legalità, e secondo me per questo ancora più disdicevoli.
Vediamone una.

Una DEM a dir poco ingannevole.

Ricevo qualche giorno fa una comunicazione (in formato DEM, Direct E-mailing) veramente accattivante e interessante. Ne sono stato attratto, confesso, per deformazione professionale e più che altro a causa del mittente, che non solo risulta essere un grosso gruppo industriale italiano (peraltro, come ricorderete, anche "chiacchierato" per uno scivolone non da poco del suo CEO, che ebbe l'anno scorso enorme risalto  nei Social Media), ma soprattutto un Brand non certo famoso per fare attività di direct marketing - il suo budget promozionale, infatti, è orientato decisamente verso l'advertising televisivo.
Ecco, di seguito, l'intestazione della mail con l'indicazione del mittente.
Naturalmente, sono andato a vedere subito cosa ci fosse sotto - il mascheramento di un mittente effettivo (il mail service provider, per intenderci) con il nome dell'azienda committente della DEM è del resto cosa usuale e del tutto lecita, nessuno scandalo qui. Ovvio che l'indirizzo del mittente non avesse nulla a che fare con il gruppo in questione. Tutto normale, dunque?
Apparentemente sì. Il messaggio della DEM, del resto, era perfettamente coerente con il resto, come si può vedere dall'immagine qui sotto.
Sotto all'immagine, invece... ecco la sorpresa!
Scopriamo che
Come? Ma non era l'industria alimentare leader in Italia ad essere il mittente?

Insomma, andando a grattare sotto la crosta, possiamo concludere che:

  1. Il mittente è indicato in modo non solo ingannevole, secondo me, ma addirittura fraudolento.
  2. Tutta la comunicazione è chiaramente formulata per creare la convinzione nel destinatario che la promozione sia non solo sponsorizzata, ma esplicitamente inviata dall'azienda emiliana, che secondo me da questo tipo di promozioni subisce addirittura un danno, quantomeno di immagine.
  3. Il disclaimer che ho indicato qui sopra mi pare francamente una ben misera foglia di fico
  4. Il fornitore delle liste (e quello del servizio di mail server, spesso coincidono) è, a quanto posso vedere, soggetto del tutto distinto rispetto al committente della comunicazione. Entrambi sono, però, a mio avviso, egualmente responsabili, dal punto di vista etico se non dal punto di vista legale, dei tratti ingannevoli relativi alla campagna stessa.
Ecco, siamo arrivati qui al punto. Io non so, francamente, se sotto il profilo legale qui si stia parlando di una frode o di un comportamento (purtroppo) del tutto lecito. Francamente la cosa mi interessa anche poco.
Quello su cui vorrei puntare il dito è invece la completa assenza di una deontologia professionale che dovrebbe invece, nella nostra come in tutte le altre professioni, essere guida dei comportamenti di ognuno.
Sarà che io ho avuto la fortuna di lavorare in aziende sempre assolutamente irreprensibili, e anzi in alcune situazioni addirittura paranoiche rispetto alle possibili pieghe nascoste che possono annidarsi dietro a una comunicazione commerciale... però non posso fare a meno di considerare negativamente promozioni come quella citata qui ad esempio (e come molte altre che potrei citare) di malcostume professionale.  Allora mi chiedo (e chiedo ai miei lettori): è possibile secondo voi darci delle regole, far sì che le nostre comunicazioni commerciali siano eticamente corrette? E' possibile, insomma, un direct marketing etico, autoregolamentato, un po' come è autoregolamentata da anni la disciplina dell'advertising televisivo e sulla carta stampata? O dobbiamo pensare che il web e i social media siano terra di nessuno, dove non vale nessuna regola e dove è possibile somministrare al nostro target qualsiasi tipo di comunicazione solo perché in un tempo remoto ha inavvertitamente flaggato un consenso alla privacy in chissà quale occasione?
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Concludo dicendo che secondo me queste cose fanno male al nostro lavoro, fanno male al marketing in generale, e fanno male a tutta la filiera. O sbaglio? Magari sto esagerando? Ditemelo voi.[/box]

CIAO! Grazie per essere arrivato a leggere fino a qui.

Porto avanti questo blog solo per passione, senza voler fare altro se non avviare un confronto con chi condivide con me l'interesse per tutto ciò che è marketing. Se ti è piaciuto questo post, la soddisfazione più grande che potrai darmi sarà quella di condividerlo sui social media e di lasciare un tuo commento.

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